Recensione “Un’assoluta mancanza” by Francesca Bussi


Trama: Mia è sempre stata orgogliosa della sua memoria. Non c'è giorno, per quanto trascurabile, che lei non conosca nel dettaglio: ciò che mangia, ciò che indossa, ciò che sente, ogni cosa viene registrata e conservata con cura, come un'istantanea che resiste alla prova del tempo. Eppure nel suo passato c'è un grande vuoto, un'assenza che sfugge a ogni tentativo di ricostruzione: perché Mia, che ricorda tutto, ha dimenticato sua sorella Jill. Sa che c'è stata, e sa che a un certo punto è stata uccisa: il resto l'ha scordato, non saprebbe dire come. Jill è il grande tabù di cui non è consentito parlare. Per sfuggire al suo fantasma, la famiglia ha dovuto attraversare l'oceano e trasferirsi a Roma. Fino a quando, dopo anni, la polizia non contatta Mia per riaprire il caso. È così che i ricordi cominciano a riaffiorare: Jill con le labbra rosse e i capelli biondissimi, piena di ammiratori e di segreti, sorella amata e maledetta che qualcuno, in una sera d'estate, ha lasciato senza vita in un fosso. Mentre ripesca frammenti, lampi, ossessioni, Mia è costretta a chiedersi: era possibile prevederlo, prima che accadesse? Quanti segnali si nascondono nel buio della sua mente? E come rimediare, adesso, a questa assoluta mancanza? Attraverso la voce - cristallina e conturbante insieme - di una protagonista irresistibilmente ambigua, Francesca Bussi dà vita a un romanzo dalla fortissima tensione psicologica, che mostra il lato più oscuro e misterioso del legame tra due sorelle.

Recensione

Care lettrici e cari lettori,
questa settimana, mi è stata affidata una nuova sfida: leggere un romanzo che non avrei mai scelto da sola. E penso di esserne venuta a capo. Un’assoluta mancanza, viene catalogato nel genere “narrativa” ma leggendolo, mi sono resa conto che dentro c’era molto altro.

Mia è una ragazza molto schiva, non si fida di nessuno, parla poco, non ha amici né un vero e proprio compagno di vita. Dal Louisiana, si è trasferita in Italia, a Roma con i suoi genitori. La sua vita procede nell’anonimità: pur essendo brillante a scuola, Mia non sembra interessata a voler investire la sua spiccata intelligenza per iscriversi ad una facoltà che le darà una carriera brillante, no. Sceglie di fare l’archivista in uno dei pochi musei di Roma dimenticati dal mondo.
Un giorno come gli altri, la vita di Mia viene scossa e stravolta da una telefonata: la polizia ha riaperto il caso sulla morte di sua sorella.
Ma chi è Jill? Mia sembra non ricordarlo. Ha cancellato di netto tutti i ricordi che aveva con sua sorella prima della sua morte, in giorni lontani, nella vecchia Casa abbandonata, dove loro due andavano spesso a giocare da bambine.
È così che Mia inizia un percorso per ricominciare a ricordare e a ricostruire i pezzi. Vuole scoprire a tutti i costi se avrebbe potuto prevedere quella tragedia, la morte di Jill, sorella ingombrante, bellissima, calamita di tutte le attenzioni, sempre e perennemente prima, in qualsiasi cosa.

Mia in prima persona, ci fa entrare nella sua vita, nei suoi ricordi, nei suoi pensieri.
Attraverso una narrazione con un ritmo calzante e una contrapposizione tra presente e passato (prima e dopo la morte di Jill) e tra vita reale e ricordi che affiorano come i primi germogli che sbocciano nelle giornate di primavera, pian piano, il lettore riesce a sistemare i pezzi del puzzle insieme alla protagonista.

Mia fa luce sulle sue ossessioni, tra le tante, quella di frequentare unicamente medici ortopedici che siano disposti a contarle le costole piuttosto che dimostrarle il sentimenti che provano per lei.
un’ossessione nata da un ricordo d’infanzia: l’infatuazione di Mia per il suo primo ortopedista, il dottor Taylor. Lo ha amato così tanto, per quanto fosse possibile per una bambina di dieci anni amare qualcuno, è chiaro, ma il ricordo di quel sentimento è così forte che segnerà il cuore di Mia per il resto della sua vita.

“A B. di solito rispondevo sempre e solo con dei mezzi sorrisi.
Le sue domande mi annoiavano, non meritavano risposte, anzi,
non meritavano parole. Una cosa, però,
devo riconoscergliela: mi ha fatto capire la mia ossessione,
me l’ha fatta abbracciare, affinché potesse sopperire alla
mancanza del mio amore d’infanzia.
Mi ha fatto capire che non vado bene per quelli che non hanno voglia
di contarmi le costole. E anche quelli, che fatica.
La ricerca del dottore giusto richiede tempo, e perizia."

Avviando questo processo attraverso i ricordi, Mia mette in luce e si riappropria, nel corso della narrazione, del suo rapporto con la sorella Jill. La perfetta Jill, la perfida Jill, la brillante Jill.
Le due ragazzine, da piccole, erano molto legate anche se la bellezza e il carattere estroverso di Jill saranno destinati a mettere in eterna ombra l’ordinaria e taciturna sorella.
Con l’arrivo della preadolescenza, tutto cambia: Jill non è più disposta a fare cose da bambini con la sorella più piccola, si sente intralciata da questa presenza, lei è grande, si mette lo smalto e passa ore ed ore allo specchio prima di andare a scuola; ha anche un fidanzato misterioso. Nessuno sa chi sia. Jill è entusiasta, minaccia continuamente la sorella di non seguirla mai e da nessuna parte. Mia è troppo piccola per essere messa a conoscenza delle “cosa da grandi” della sorella.

Un rapporto pieno di alti e bassi, di cose non dette, invidie represse che va al di là delle solite scaramucce tra sorelle. Una rabbia, un risentimento, una compassione che non abbandoneranno Mia nemmeno dopo aver recuperato i ricordi con la sorella, nemmeno dopo la sua morte.
Le indagini si riaprono, la protagonista viene travolta nuovamente da quei terribili giorni, gli ultimi che lei e la sua famiglia hanno passato in Louisiana. Tornano gli incubi, tonrnano l’ansia e il risentimento, torna la voglia di ricordare tutto per cercare di mettere la parola fine al caso.

“Ha lottato mia sorella. Ha urlato, ha scalciato, ha sputato
ha messo in atto tutte quelle strategie che usava
con me quando voleva vincere una rissa. Io lo so.
Avrà fatto il possibile per non dargliela vinta. […]
Sei stata brava, sorella mia. Non è servito a niente, ma sei stata brava.”

Ci ho messo un po' per entrare nel ritmo del romanzo, a capire l’andamento della narrazione, a farmi trasportare e incuriosire da questa storia. Si passa dal presente al passato, dalla realtà al ricordo e la storia si costruisce poco per volta. Ho apprezzato tantissimo le immagini, le similitudini e i paragoni che permettono di entrare più in contatto con il pensiero della protagonista e la sua visione del mondo.
Come vi ho accennato in apertura, probabilmente perché non sono abituata a leggere questo tipo di romanzi, purtroppo ci ho messo un po' lasciarmi trascinare e ad appassionarmi alla trama e sono rimasta un po' interdetta, ve lo dico sinceramente, dopo aver terminato la lettura. Sono consapevole di non aver saputo cogliere la vera essenza del romanzo, per questo non mi sento di assegnare più di tre specchi e mezzo.
Spero in ogni caso di aver stuzzicato la vostra curiosità,
vi auguro una buona lettura.
A presto,
Mil Palabras

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