Recensione: Maus


My father bleeds history. 
                                      
                                        -Art Spiegelman
Trama:

Art Spiegelman decide di raccontare la storia dei suoi genitori, entrambi ebrei sopravvissuti all’Olocausto, tramite una Graphic Novel. Lo fa senza censure, mostrando al lettore le conseguenza che un trauma del genere può lasciare in una persona, ma anche le sue incoerenze. Perché, del resto, vittime o meno, siamo tutte persone con pregi e difetti.

Recensione:

Sì, della trama vi ho detto davvero poco, meno del solito. Purtroppo non credo che sia il caso di approfondire perché Maus  è assolutamente da scoprire da soli. Io mi sono approcciata alla storia senza sapere nulla di Vladek, limitandomi a quello che vedete scritto sopra. Vi assicuro che è meglio così, senza ulteriori spoiler. Anzi, per quel che mi riguarda vi ho detto anche troppo. Adesso, dopo questa premessa, è con immenso onore che vi presento quest’opera meravigliosa. 


Maus è stato scritto e disegnato da Art Spiegelman nel 1986 –il secondo volume è uscito nel 1991-. Il lavoro è famoso in tutto il mondo per essere la prima Graphic Novel a vincere l’agognato Premio Pulitzer nel 1992.
Comincio la mia analisi dal titolo: che significa la parola “maus”? In realtà me lo sono chiesto spesso durante la lettura. Il suono mi ricordava molto il sostantivo inglese “mouse”, che in italiano significa “topo”. Sospettavo che si trattasse di una parola tedesca, polacca o yiddish… ed è vero. “Maus” significa “topo”, appunto, ed è tedesco. L’idea di utilizzare degli animali antropomorfi  sembrerebbe –notare l’uso del verbo atto a indicare un’incertezza- essere nata da questa affermazione pubblicata su un giornale tedesco degli anni ’30:


Mickey Mouse è l’ideale più penoso mai esistito… sane emozioni rendono consapevoli tutti i giovani obietti e la gioventù onesta che un parassita lurido e coperto di sporcizia, il maggiore portatore di batteri del regno animale, non può costituire il tipo ideale di animale… basta con la brutalizzazione giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse! Indossate la svastica! 


Le varie metafore e le loro motivazioni all’interno dell’opera sono abbastanza chiare:

-Gli ebrei sono topi;
-I tedeschi sono gatti;
-Gli americani sono cani;
-I polacchi sono maiali.


Francamente, non avevo colto le seguenti:

-I francesi sono rane;
-Gli svedesi sono renne;
-Gli inglesi sono pesci;
-Gli zingari sono falene.


Proprio non capivo, ho dovuto fare una ricerca e leggere alcune interviste in inglese per trovare una soluzione a questo enigma. Vi anticipo che ogni scelta ha un significato, non è stato tutto randomico come alcuni pensano; ma è anche vero che per certi popoli Spiegelman si è basato su degli stereotipi.
I francesi sono rane per due motivi:
1) Sono famosi mangiatori di rane;
2) Si dice che i francesi ridano come rane perché, quando lo fanno, il loro pomo d’Adamo “sporge” dal collo.

Gli svedesi sono renne perché, dopo la guerra, hanno accolto gli ebrei nel loro paese. Serviva un animale che esprimesse una certa neutralità.
Gli inglesi sono pesci perché:

1) Uno dei piatti più famosi in Gran Bretagna è il fish and chips;
2) In alcune interviste lui parla di una certa “Island culture”. Forse intendeva dire che, siccome si tratta di una penisola, c’è una diffusa cultura della pesca. Prendete le mie parole con le pinze, non sono sicurissima perché su internet non ho trovato nulla.
Gli zingari sono falene per due motivi:
 1) La specie che ha ritratto l’autore, in inglese, è la “gipsy moth”;
2) Sono creature itineranti. 

Io ho trovato tutto questo assolutamente geniale, quasi orwelliano. Anzi, mi sarebbe piaciuto scoprire quale animale avrebbe associato agli italiani –di certo sarebbe stato qualcosa di negativo, comunque-. 

Come avrete già notato dalle immagini che abbiamo inserito nella recensione, la mano di Spiegelman è più evocativa che dettagliata: i personaggi sono piuttosto stilizzati e anche le cose intorno a loro, spesso, lo sono; eppure è uno stile che incanta, conquista e si fa amare dalla prima fino all’ultima pagina. Non sono un’esperta di Graphic Novel, non ne ho lette abbastanza da potermi esprimere come un giudice insindacabile; tuttavia durante la lettura i miei occhi ne lodavano la bellezza e il cuore si stringeva per il dolore. 
Essendo un’amante della storia, il cervello è stato un altro organo piacevolmente stimolato. I raccontati di Vladek sono meno romantici rispetto a certe testimonianze che ho letto da adolescente –come Giornalisti Segreti di Kathy Kacer-. Se dovessi scegliere una parola adatta per descriverli, direi pragmatici. Mi ha molto colpita il suo occhio per gli affari durante un periodo così delicato e l’innata capacità di sopravvivenza che ha dimostrato di avere. È un personaggio complesso, non sempre nelle linee morali della massa, però trasmette una tenerezza tale che non si può volergli male. Sì, perché a questo personaggio vorrai davvero bene, come fosse tuo padre. La storia che ti racconterà non potrai mai abbandonarla, la porterai ovunque andrai. E, forse, riuscirai a vedere cose che prima non notavi nemmeno. Per quanto mi riguarda, mi ha fatto riflettere sul fatto che io non conosco la disperazione. Non parlo di quella psicologica, ma di quella fisica: io non ho mai patito la fame, non ho mai camminato su scarpe di legno e mai ho sentito così freddo da morirci. È qualcosa di tremendamente logico e banale, però pensateci quando butterete della pasta perché “Non mi va più e domani non la mangio”. 


Ad Art Spiegelman va il merito di aver spiegato con semplicità il ruolo di molti paesi all’interno della Seconda Guerra Mondiale, ma anche di aver mostrato a tutti noi cos’erano i campi di cui tanto ci parlano e come venivano trattati i prigionieri. Può scatenare parecchi punti di riflessione una cosa simile. Ricordiamoci, ad esempio, che in Cecenia le persone omosessuali vengono ancora imprigionate in campi di concentramento. Le cose che pensiamo non possano più accadere… accadono, e sotto i nostri occhi. Ci dichiariamo paladini della giustizia, ma alla prima occasione torniamo a guardare lo schermo del cellulare e ci dimentichiamo di chi soffre.

L’amore è tra i temi che ho più amato in Maus -vi parlerei anche degli altri, però cadrei nello spoiler e io devo riuscire a farveli scoprire da soli-. Genuino, intenso, doloroso: il rapporto tra Vladek e Anja è vero. Non artificiale, non romanzato per rendercelo più hollywoodiano. Vero.
Ho avvertito i battiti dei loro cuori mentre pulsavano l’uno per l’altro, la sofferenza e il timore che hanno predominato la loro separazione nell’inferno di Auschwitz. Insieme evocano una nostalgia che non sapevo di avere, una nostalgia dell’amore fedele e forte, che nulla può distruggere. Se un giorno sposassi un uomo che mi ama anche solo un quarto di quanto Vladek amava Anja, potrei ritenermi fortunata.

Non so se avete notato, ma parlerei di Maus per ore intere. Ahimè, temo di dovermi fermare qui.
Do all’opera 5 specchi più che meritati!

-LittleFox





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